Albino Armani: benvenuti nella Terra dei Forti, casa dell’uomo dei cinque fiumi
QNItinerari è il periodo del gruppo Quotidiano Nazionale (di cui fanno parte anche il Resto del Carlino e Il giorno) che si occupa di arte, paesaggi e cucina: il meglio dell’Italia e del mondo. In questo articolo Paolo Pellegrini ha intervistato Albino Armani in merito alla storia della sua azienda vinicola e ai progetti futuri.
“Il fiume è una colonna sonora. Un’autostrada: di scambi, un tempo, ma anche di linguaggi, di esperienze, di tecniche semplici ma ingegnose. E per il vino è una risorsa fondamentale”.
E non è un caso se proprio sul fiume, l’Adige sempre vivo che è un po’ il Nilo per la Vallagarina e la piana veronese, Albino Armani, 62 anni, trentino di quelle valli, ha voluto impiantare la Conservatoria, la casa-archivio dei vitigni antichi un tempo considerati sfigati e di scarso valore e oggi, grazie a lui e ad altri vigneron illuminati, diventati una doc che può chiamarsi La Terra dei Forti, davvero una bella rivalsa. Albino Armani, l’uomo dei cinque fiumi: dal Mincio del Garda al Tagliamento, all’Isonzo, al Piave passando per l’Adige, la spina dorsale. È l’ultimo (per ora) figlio di una stirpe che fa vino dal 1607, quando un tale Dominico Armani scriveva di voler passare i vigneti ai figli. Con la moglie Egle e il figlio Federico, trentenne, esperienze nel campo editoriale prima di approdare in cantina, guida un piccolo impero da 380 ettari e 2 milioni di bottiglie l’anno per 38 etichette. Sette tenute tra il Trentino (Vallagarina ai piedi del monte Baldo), il Veneto (Val d’Adige a Dolcè, oggi il cuore dell’azienda; Marano in Valpolicella; San Polo di Piave nella Marca trevigiana; Val Belluna) e il Friuli Venezia Giulia (Sequals, il paese di Primo Carnera, e Valeriano), con una bella varietà di vitigni, di vini, di espressioni nella rivalutazione di bellissimi vitigni autoctoni. In più, lui è anche presidente del Consorzio Vini Doc delle Venezie.
Armani, che storia raccontano questi quattro secoli di viticoltura?
“La storia di una famiglia contadina, senza blasone, senza mai palazzi né ville. Porto con me questo bagaglio di vita di montagna, di terreni piccoli, minuti, in fondovalle come a 5-600 metri sulle marogne della Valpolicella, dove la viticoltura è povera. Io, poi mi sono incaponito nel credere che noi qua non siamo quelli serie B e anche C rispetto alla Piana Rotaliana e poi all’Alto Adige. Gli sfigati dello sfuso, con la Schiava e la Casetta, che noi chiamiamo Foja Tonda, a riempire le bottiglie degli altri. Ho voluto un racconto proprio per queste uve sminuite, mi sono imposto di fare bottiglie di qualità a prezzi che mio padre giudicava fuori di testa. Ho ripreso vitigni che non si filava nessuno, ho riscoperto la storia di un mondo autentico, un territorio sano che è diventato la doc Terra dei Forti, piccolissima ma con 220 biotipi, concreta nell’anima e con una solida base agricola”.