...particolare dalla sua sottozona Terradeiforti, che dallo scorso novembre diventata una Doc autonoma. Il comprensorio di questa nuova denominazione comprende un territorio vitivinicolo a cavallo tra le province di Trento e Verona, dove il fiume Adige varca il confine trentino per gettarsi nel Veronese: sono 1.300 ettari di vigna, con 20 Cantine e un migliaio di viticoltori presenti nei comuni di Brentino Belluno, Rivoli Veronese, Dolcé (provincia di Verona) e Avio (Trento). Oltre a Pinot grigio e Chardonnay, questa denominazione consente anche l'uso di due antiche cultivar autoctone a bacca rossa, l'Enantio e la Casetta

(o Foja tonda), derivanti da locali viti lambrusche, da poco salvate dall' estinzione, e rilanciate da alcuni intraprendenti vignaioli dopo anni di duro lavoro, premiati dal riconoscimento della Doc . Le viti recuperate di queste due interessanti varietà, spesso franche di piede, e in attesa di più sistematiche selezioni massali, soprattutto clonali, sono in gran parte molto vecchie, e rientrano a pieno titolo nella nostra indagine.
A questo proposito abbiamo interpellato tre produttori, tra i più dinamici dell' area, cercando di capire quanto la maturità degli impianti di Enantio e Casetta possa contribuire a dare spessore i vini. È chiaro che l' ancora scarsa conoscenza delle due varietà rende particolarmente difficile comprendere quanto la qualità dipenda dal vitigno, piuttosto che dal terroir o dalla vecchiezza delle viti, ma forse proprio per questo motivo l'indagine è risultata ancora più stimolante.
Albino Armani, patron dell'omonima azienda di Dolcè, è un magistrale interprete del Foja tonda, in questo caso un Igt Vallagarina, e ci ha raccontato lei suoi vigneti coltivati a Casetta, vecchi di 40-60 anni, franchi di piede, allevati a pergola trentina, ma con rese assai basse, che si aggirano sui 50 quintali per ettaro.
«Pur tollerando la fillossera», spiega Armani, «la pianta franca di piede non ne è completamente immune e sopravvive in condizione di sofferenza. La lavorazione del vigneto è per forza di cose solo manuale, e non esistono vantaggi dal punto di vista tecnico-viticolo. La pianta vecchia, avendo accumulato negli anni scorte in abbondanza, risulta comunque meno sensibile ai cambiamenti climatici. La qualità del vino che si ottiene, inoltre, è garantita da una bassa resa naturale, e da un maggiore equilibrio di tutte le componenti del 'uva. Il prodotto che si ottiene non risente poi dell'influenza del portainnesto, che rappresenta comunque un corpo estraneo. Non trattandosi di cIoni, ma di popolazioni derivate da selezione massale, nel vigneto coesistono piante con caratteristiche diverse, e questa diversità creata negli anni fa sì che il vino prodotto rappresenti un assemblaggio spontaneo, con una ricchezza e una complessità impossibile da riprodurre a tavolino».
In presenza di impianti così vecchi, spiega il viticoltore, ciò che normalmente è un vantaggio diventa un punto li debolezza, e viceversa. Le piante sono più sensibili alle virosi, facilmente muoiono, ma proprio per questo a sopravvivere sono solo le migliori. I lavori in vigna, del tutto manuali in tali situazioni, sono molto delicati, e richiedono esperienza e sensibilità. Ma il mercato riconosce questa dedizione?
«Fino a oggi il mercato non ha ripagato lo sforzo di tutelare un patrimonio genetico raro, una biodiversità riguardante una varietà quasi estinta all' interno di un 'area geografica microscopica. Pochi sono i ristoratori o gli enotecari che, andando oltre le semplici dichiarazioni d 'intenti e ponendosi controcorrente rispetto alle tendenze del gusto, si sentono di spendere qualche minuto per educare i clienti. Questo interesse va creato nel consumatore finale attraverso una corretta comunicazione. I convegni sono importanti, ma solo se vanno al di là di una riunione fra addetti ai lavori, e se chi ha interesse a comunicare vi partecipa e si fa latore di quanto sente».
E nel corso degli anni come si gestisce la vigna da un punto di vista agronomico?
«Nel caso dei nostri vigneti vecchi», ci chiarisce Armani, «quando le piante muoiono vengono rimpiazzate propagando gli altri ceppi. La ricchezza in un vigneto del genere sta nella sua originalità e unicità: inserimenti dall' esterno ne stravolgerebbero l'essenza. Per i vecchi vigneti di Casetta abbiamo scelto di continuare con le tradizionali tecniche di propagazione, al di là della convenienza economica, per cui si può dire che il momento opportuno per l'espianto non esista. Anche perché spiantare e reimpiantare un vigneto non significa solo cambiare i ceppi, ma anche lavorare il terreno in profondità, mescolandone gli strati dopo decenni di apparente immobilità, e fare concimazioni, anche organiche. In ultima analisi vuol dire creare uno sconvolgimento e non avere mai più la condizione esistente prima dell' intervento. Allo stesso tempo, tuttavia, abbiamo scelto di far produrre del materiale innestato di Casetta con il quale realizzare nuovi vigneti. Probabilmente il sapore del vino sarà ugualmente piacevole e originale, perché le caratteristiche peculiari della varietà e dell' ambiente rimarranno le stesse. Ma il risultato finale sarà inevitabilmente diverso da quello ottenuto nei vecchi vigneti».